Le tecniche di persuasione nella docuserie “Il caso Yara”: drammatizzazione, Cliffhanger ed effetto Recency
Vi spiego le tecniche di persuasione utilizzate nella serie tv Netflix “Il caso Yara. Oltre ogni ragionevole dubbio“.
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Uso drammatizzante della musica ed Effetto Cliffhanger
Cominciamo col dire che in questo documentario c’è musica ovunque. La musica viene usata continuamente per mobilitare le emozioni del pubblico. C’è musica drammatizzante in quasi ogni scena. E questo ha lo scopo di enfatizzare le emozioni di chi ascolta. Mantenendo in sospensione l’ascoltatore dall’inizio alla fine.
Tra un episodio e l’altro gli autori utilizzano quello che in cinematografia va sotto il nome di “Effetto Cliffhanger”. Si tratta di una tecnica narrativa che consiste nel lasciare il finale di ogni episodio aperto, allo scopo di tenere inchiodata la gente fino all’episodio successivo.
E su questo mi pongo una domanda. Questa tecnica può infatti avere senso per una serie tv inventata – per Lost o per la Casa di carta, per intenderci. Ma per un fatto di cronaca di questa gravità, una domanda etica sull’uso di queste tecniche di comunicazione, sappiamo ancora farcela?
La strategia di tutta la serie è incentrata sul costruire la fiducia dell’ascoltatore nei primi 4 episodi, ricostruendo la vicenda sotto tutte le angolature. Per poi però virare su una potentissima tecnica di framing nell’ultimo episodio. Nell’ultimo episodio, la porzione di realtà che viene privilegiata diventa infatti improvvisamente quella favorevole a Massimo Bossetti e quella del suo avvocato.
L’effetto recency e la spettacolarizzazione del setting
E in questo gli autori sfruttano quello che in psicologia si chiama “Effetto Recency”. Stiamo parlando di quel fenomeno per cui le ultime informazioni che vengono veicolate sono proprio quelle che ricorderemo di più. Abbiamo parlato più ampiamente di questo fenomeno in questo post.
Per concludere, in questa serie c’è un’incomprensibile spettacolarizzazione del setting carcerario. E su questo mi chiedo: com’è stato possibile che a un condannato in via definitiva per un reato così efferato siano state concesse riprese cinematografiche in posa, con lo stesso Massimo Bossetti che ha lo sguardo romanticamente rivolto nel vuoto?
Si tratta di sequenze che, tra un po’, non fanno nemmeno ai modelli sui set di moda. Ma che qui invece hanno la plateale finalità di drammatizzare e di attivare emotivamente il pubblico.
La comunicazione e i tentativi di persuasione non stanno solo nelle parole che si dicono. Ma anche nel contesto che viene costruito intorno a queste parole. E in questo documentario, dal mio punto di vista, il contesto è stato costruito proprio con la finalità di persuadere il pubblico su una tesi innocentista ampiamente precostituita.
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